Deregolazione del lavoro venturo

Francesco Seghezzi, nel suo articolo ”Lavoro e relazioni industriali in Industry 4.0 – Posizione del problema e prime interpretazioni” (http://www.bollettinoadapt.it/wp-content/uploads/2016/01/wp-1.pdf), illustra accuratamente la complessità della incipiente quarta rivoluzione industriale, non limitandosi ad un esercizio definitorio delle numerose componenti e delle rispettive variabili, ma delineando anche i presupposti di quello che dovrebbe essere il sistema regolatorio del lavoro venturo.

Tuttavia Seghezzi, come dichiara espressamente in conclusione, si astiene dal prospettare quelle che potrebbero essere le conseguenze più logiche e più efficienti sul piano regolatorio.    Infatti, se è corretto che, negli scenari industry 4.0, è predominante una dimensione collaborativa che rende meno cogente (o non cogente) la relazione di dipendenza, si potrebbe concludere che occorrerebbe ridefinire la dipendenza o istituire la categoria del lavoro autonomo economicamente dipendente (v. https://amorazi.wordpress.com/2015/12/02/lavoro-analogico-e-lavoro-digitale/).

Così egualmente, se è corretto pensare ad una responsabilità del risultato, da parte del lavoratore, si deve parlare di una “area grigia tra lavoro subordinato e lavoro autonomo oggi ancora non definita”, non volendo dichiarare che, in mancanza di una specifica disciplina, un lavoratore non subordinato non potrà che essere autonomo, pur essendo per molti versi dissimile dai lavoratori autonomi conosciuti finora.

Di conseguenza, in questa associazione in partecipazione con la prestazione di solo lavoro, oggi improvvidamente non più ammessa, che sarebbe stata più facilmente attuabile di altre più ambiziose fattispecie compartecipative, sia la dimensione dei compensi che quella della classificazione dovrebbero finire per rappresentare residui di un passato da assegnare agli archivi, non perché indegni ma perché superati (v. https://amorazi.wordpress.com/2016/09/28/metaclassificazione-dei-lavoratori/, http://www.bollettinoadapt.it/utopie-del-lavoro/).

Inoltre, se è corretto pensare che “la componente del contratto” di lavoro debba vedere “un mutamento di sostanza, oltre che di forma”, si fatica a pensare che i contratti collettivi, ancor meno se nazionali, possano assolvere il compito svolto, bene o male, sino ad ora, e che l’unico contratto in grado di disciplinare efficacemente la relazione di produzione 4.0 sia soltanto il contratto individuale, con gli opportuni richiami alle fonti di regolamentazione inevitabili (v. http://www.bollettinoadapt.it/95-tesi-sul-lavoro/).

Del resto tutto ciò è perfettamente compatibile con gli scenari dell’organizzazione del lavoro citati da Seghezzi, a cui andrebbero aggiunti quelli ancor più liquidi delle piattaforme di sharing economy ed altri ancora. Ad esempio una variazione, tendenzialmente distopica, sarebbe immaginabile in un’ottica di similcoworking secondo la quale il prosumer si connetta con il luogo di produzione più acconcio, adeguato al prodotto richiesto e progettato, e se lo produca nei tempi e modi possibili: una specie di fabbrica à la carte.

Certo è che, in tutta questa complessità, il tema delle competenze viene ad essere centrale, come ricorda Seghezzi, ma considerato il reale skills mismatch e la pretesa overeducation, pretesa in quanto legata alla certificazione di insegnamenti regolarmente praticati non di apprendimenti effettivamente acquisiti, non potendo attendere una scuola 4.0, una formazione 4.0, una università 4.0, dovremmo affidare la costruzione delle competenze ai tenutari delle macchine, sperando che la scuola e l’università riescano, almeno, a trasmettere le basi della conoscenza e della convivenza, oltre alla capacità di pensare con la propria testa e quella di imparare (v. https://amorazi.wordpress.com/2016/08/24/riflessioni-sulla-formazione/).

Infine non v’è dubbio che industry 4.0 ponga la “necessità di nuove relazioni industriali”, come indicato da Seghezzi, tuttavia di là dalla considerazione sullo “spostamento del baricentro della contrattazione”, per poter avere un vero e proprio “nuovo modello di relazioni industriali” che non sia fatto soltanto da relazioni umane, bisognerebbe che ci fosse anche un nuovo sindacato, non attardato sulle conquiste del passato  ma attento alle opportunità del futuro: un sindacato 4.0 (v. https://amorazi.wordpress.com/2016/01/23/sindacato-4-0/).

Come dice Seghezzi il discorso è aperto e un inquadramento delle tematiche di industry 4.0, come quello da lui fatto, dovrebbe aiutare a svolgerlo, purché nessuno si trinceri dietro gli usati steccati.

 

 

 

 

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