Il lavoro senza classificazioni

Come si possono considerare obsolete le classificazioni scientifiche frutto della cultura positivistica così, nell’era di internet, possono egualmente essere considerate superate le classificazioni del lavoro delle persone.

Infatti, pur essendo il diritto una scienza per la convivenza che deve fissare regole a cui attenersi, qualificare i rapporti di diritto/dovere, definire gli status, non può più pensare di classificare il lavoro, che cambia in conseguenza della rivoluzione tecnologica, con le vecchie categorie, o anche istituendone altre variamente ibridate tra il classico lavoro subordinato e quello autonomo.

La cultura giuslavoristica del ‘900 ci ha lasciato il totem del lavoro subordinato come l’istituto principe, fissando anche il principio della indisponibilità del tipo contrattuale, mentre tutte le altre tipologie di lavoro volgarmente detto atipico dovevano essere considerate senza nobiltà, senza qualità, senza dignità, frutto precario della incertezza e del dubbio.

Quando, a ben vedere, è il concetto stesso di subordinazione e di dipendenza ad essere legato ad una antropologia del lavoro deteriore in cui, come in un esercito, c’è chi comanda e chi deve obbedire, anche se tutte le lotte e le leggi del lavoro hanno tentato di mitigare questo banale esercizio del potere, umanizzandolo, anche nel migliore interesse del potere stesso.

Ma ora si può dire che il principe è nudo, anche perché non riesce più a nascondere le sue vergogne e la sua incapacità di gestire i rapporti umani in maniera adeguata alla crescita culturale, che la tecnologia dirompente ha inserito nei processi produttivi di beni e servizi. Quindi bisognerebbe deporlo dal suo trono, anche senza necessariamente giustiziarlo.

Così, tutti gli altri rapporti di tipo associativo, collaborativo, partecipativo, potrebbero confrontarsi con esso, da pari a pari, con una specie di magna carta che determini un mutuo rispetto, riconoscendo soltanto un vago primato, nel retaggio storico, al lavoro subordinato rispetto a tutti gli altri rapporti di lavoro, tanto atipicizzabili quanto serva.

Di conseguenza il lavoro subordinato resterebbe l’unico rapporto di lavoro tipico, compiutamente disciplinato per legge, e tutto il resto del lavoro, comunque prestato, sarebbe disciplinato in negativo, come lavoro NON subordinato, lasciandolo all’autonomia collettiva o all’autonomia della volontà contrattuale.

Pertanto, pur restando indisponibile il tipo contrattuale, la variabile del lavoro sarebbe soltanto di tipo digitale: (1)on-subordinato/(0)off-non subordinato e, per nulla togliere alle conquiste sociali del lavoro, che integrano il mercato, basterebbe che tutti gli istituti contributivi, assicurativi, assistenziali, previdenziali, ecc. fossero completamente uniformati.

La dicotomia insider/outsider si supererebbe quindi con la parificazione di tutti i lavoratori nel mercato del lavoro, senza peraltro escludere la possibilità che alcuni lavoratori possano essere più eguali degli altri, non in virtù di qualche condizione genetica o legale di favore, ma come frutto di una libera concorrenza nel mercato.

E, superando la suddetta dicotomia, bisognerebbe finalmente risolvere l’anomalia del lavoro dei normali dipendenti pubblici, ovvero quanti svolgono un normale lavoro in una pubblica amministrazione ma non assolvono, anche temporaneamente, specifiche funzioni di dirigenza o di rappresentanza della stessa amministrazione.

Tutto questo per evitare che un mondo del lavoro, come il nostro, il cui “equilibrio si fonda su regole e procedure definite nel passato, ripetute stancamente” e in cui “il nuovo è accidente” che “può arrivare solo dall’esterno”, il nuovo possa “affermarsi solo in modo catastrofico”*.

*) F.Varanini, Macchine per pensare, Milano 2015, p.101 (passim)

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