Ipotesi progettuali

Seguendo la lezione di Marco Biagi sul diritto del lavoro come scienza progettuale, che non voglia farsi riassorbire dal diritto privato, ma voglia continuare ad indirizzare il diritto in sintonia con il lavoro che cambia; che non voglia limitarsi a leggere ed interpretare il diritto positivo, ma voglia continuare a (cercare di) influenzare il legislatore; che voglia riferirsi al fatto sociale (sein) del lavoro piuttosto che al dato normativo (sollen), ovvero su come sia meglio regolare/non regolare il fatto lavoro per consentire ad esso di esplicarsi al meglio; potrebbero svilupparsi alcuni progetti di ricerca riferiti al tema delle politiche attive.

  1. La sussidiarietà nei servizi per l’impiego

Premesso che la regolazione della flexsecurity all’italiana, delineata dalle ultime disposizioni, sta andando nella giusta direzione ma deve affrontare e superare (forse) innumerevoli difficoltà, come l’irrisolto federalismo in via di riforma, il persistente dualismo tra gli erogatori dei servizi e l’erogatore delle prestazioni economiche, la creazione di una agenzia nazionale che diriga il traffico dell’innovazione securitaria, la revisione culturale tra i vecchi addetti ai servizi improntati a logiche burocratiche, la disconnessione fisica e mentale tra scuola/studio e lavoro, lo scarso coinvolgimento degli operatori privati, le scarse dotazioni finanziarie, si potrebbero studiare forme di servizio sussidiarie.

Considerato che il ritardo accumulato su questi temi è fortissimo; che fortissime sono le resistenze al cambiamento; che non possiamo permetterci di aspettare i tempi di una classe politica, burocratica, sindacale, centrata su se stessa e sui propri interessi di bottega e che, soprattutto, non possiamo permetterci di dover riscontrare, dopo tutto il tempo che sarà necessario alle relative attuazioni e all’evoluzione della specie, un ennesimo fallimento epico, un tale studio potrebbe essere necessario e opportuno.

La logica del ragionamento che si vuole sviluppare si ritrova nella possibile interazione tra i soggetti della società civile interessati al problema e disponibili a dare un contributo alla soluzione dello stesso e i soggetti pubblici istituzionalmente preposti o, in alternativa, nella costruzione di soluzioni possibili da gestire autonomamente e solidaristicamente, salvo l’uso delle provvidenze economiche esistenti, per quanto possibile.

E ciò nel senso di una anche provvisoria – legata alla fase di transizione in atto – alleanza per il lavoro; una alleanza tra categorie professionali, tra generazioni, tra lavoratori in atto, in potenza, a riposo; una alleanza non per donare oro alla Patria ma esperienza; una specie di esteso passaparola responsabile e tutorio.

Peraltro questo potrebbe essere un ragionamento stimolante per un sindacato che non fosse attardato nella difesa dell’esistente, anche del proprio essere come è, contro tutte le evidenze della necessità di un cambiamento, anche del suo modo si essere e di agire, per quegli stessi soggetti che pretende di difendere; ma, indipendentemente da ciò, il ragionamento resta pensabile e può essere sviluppato in un progetto anche sperimentabile in qualche ambito territoriale, se promosso e condotto da qualche istituzione visionaria.

Si può pensare che un centro di alti studi sia una istituzione visionaria? e che possa decidere di operare sul campo su un progetto per cambiare il mondo, oltre che studiarlo? Si può rispondere che è pensabile e che in quanto tale – in conseguenza dell’idea che è il pensiero a creare la realtà – è reale ma, nella realtà sociale, occorre che anche il pensiero sia sociale. Perciò occorre che il pensiero si faccia azione e che l’azione venga condivisa ampiamente.

  1. Casse di integrazione e trattamenti di disoccupazione

Guardando sconsolatamente la farragine (http://www.bollettinoadapt.it/le-tutele-sul-mercato-del-lavoro-il-sistema-degli-ammortizzatori-sociali-le-politiche-attive-e-la-condizionalita/) delle casse per la integrazione salariale, con tutte le causali di intervento, i diversi requisiti, i vari trattamenti, le complesse procedure di consultazione, gestione, intervento, e l’altra farragine riferita ai vari trattamenti di disoccupazione – farragini queste legate alla storia pregressa, che si vuole aggiornare non rinnovare funditus – sorge il dubbio se, di là da tutte le volontà politiche/sindacali e dalla esasperazione distintiva, alla ricerca di una equità assoluta, non sarebbe (stato) meglio trovare un equilibrio per dare lo stesso trattamento a tutti i lavoratori, con le debite proporzioni ma con uniformità di dare ed avere tra datori di lavoro e lavoratori, con uniformità di modalità e condizioni, con uniformità di regole e senza tanti comitati amministratori.

Perciò sarebbe utile cercare di vedere, con l’ausilio degli econometristi, quale potrebbe essere il punto di equilibrio, in una equivalenza di introiti e uscite complessivi, tra il regime messo in atto e quello ipotizzato.

 

 

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