La rivoluzione sindacale mancata

La rivoluzione sindacale non c’è stata e non ci sarà. Perché è la terra del contratto collettivo nazionale che resta tolemaicamente al centro dell’universo – sindacale e non solo – ed intorno si vuole che girino il sole dell’economia nazionale e le stelle della produzione. Così la proposta intitolata ad “un”, ma in realtà all’unico, per loro, “moderno sistema di relazioni industriali” partorita dalla rinata unità sindacale è tutt’altro che moderna e, soprattutto, non pare efficace.

Infatti, di là dalle pretese finalità macroeconomiche della contrattazione, dagli scontati richiami alla formazione continua ed ai meno scontati riferimenti al welfare sussidiario e alla partecipazione, il percorso logico del sindacato italiano lo conduce un salto quantico con il quale esso viene a trovarsi, contemporaneamente, nel futuro e nel passato, chiedendo l’applicazione dell’art.39 della Costituzione, per dare una indefettibile valenza erga omnes al contratto nazionale.

Cazzola, che giustamente ricorda come tale norma non abbia avuto applicazione – è stato il sindacato il primo a non volere che avesse applicazione – mentre si è sviluppato “un diverso sistema di relazioni sindacali solido e strutturato che, con quella impostazione non ha niente da spartire”, considera che “con settant’anni di ritardo Cgil, Cisl e Uil chiedono l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione allo scopo di ‘dribblare’ l’insidia del salario minimo legale”.

Tuttavia, se quel sistema di relazioni sindacali già solido e altrimenti strutturato sta ormai cadendo a pezzi, perché vogliamo escludere che il ritorno alle origini possa aiutarci ad andare avanti, meglio? Infatti l’art.39 porta all’erga omnes contrattuale dopo un lungo percorso, nel quale la rappresentatività cessa di essere presupposta ma comincia ad essere misurata, e ai diritti del sindacato dovrebbero appaiarsi i doveri.

E, chiaramente, una logica della moderna sussidiarietà non potrebbe non riconoscere una valenza erga omnes a tutti i contratti, stipulati tra le parti, attraverso le legittime rappresentanze, e approvati da una maggioranza degli interessati, a qualunque livello, non al solo contratto collettivo nazionale, che è del tutto inadatto a disciplinare un rapporto di lavoro destinato ad articolarsi in forme sempre più diverse, a seconda di luoghi, tempi e circostanze.

Così, tralasciando tutte le altre chiacchiere sulle quali il sindacato neounitario potrà confrontarsi liberamente, se ci riuscirà, con la controparte datoriale, il Governo dovrebbe raccogliere immediatamente la richiesta di attuazione dell’art.39, chiarendo nello stesso tempo che, con gli opportuni percorsi negoziali, anche il contratto nazionale erga omnes potrebbe essere derogato, in parte o del tutto, da una contrattazione anche aziendale.

Purtroppo, quando non si capisce che non è più il tempo del dirigismo e del centralismo e si fanno, invece, proposte integraliste, come quelle del sindacato neounitario, si rischia una eterogenesi dei fini, che nega la propria storia e il possibile, residuo esercizio di un ruolo, anche culturale, che è stato importante e potrebbe essere ancora utile a conformare, nei limiti del possibile, la liquidità del lavoro che c’è e di quello che ci sarà.

Sarà sempre troppo tardi quando il sindacato capirà che, proprio nell’interesse dei lavoratori, questo non è più il tempo delle rivendicazioni astratte. Questo che viviamo è e sarà sempre di più un tempo in cui il lavoro deve essere partecipato.

I lavoratori dovranno coltivare attentamente e continuativamente le proprie capacità, per avere una singolare industriosità, fino ad essere ciascuno un uomo fabbrica (faber fortunae suae), per stare meglio sia nel lavoro che nella vita.

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