Prospettive polilavorative

Mentre si pone prepotentemente il problema del lavoro e, in particolare, il lavoro dei giovani (teoricamente preparati/praticamente impreparati), oltre che degli anziani espulsi da attività distrutte e obsoleti, come lavoratori, può sembrare curioso che si parli di polilavoro.
Tuttavia, di là dalla stranezza della locuzione, basterà considerare che, nel cambio di paradigma del lavoro dell’epoca digitale – quando ci si può giustamente attendere che molti posti di lavoro debbano sparire mentre, peraltro, molto lavoro senza posto si potrà comunque creare – ben si potranno o si dovranno avere esperienze polilavorative.
Intendendo con ciò non soltanto il fatto, ormai dato per scontato, che sarà inevitabile cambiare più lavori nell’arco della vita lavorativa, ma anche e soprattutto che sia possibile, se non inevitabile, svolgere contemporaneamente più lavori, aventi caratteristiche differenti sia sul piano della tipologia operativa che della tipologia contrattuale.
Lavoratori dipendenti a tempo parziale, lavoratori agili, telelavoratori, lavoranti a domicilio, lavoratori a chiamata, lavoratori autonomi, amministratori di società, collaboranti nell’impresa familiare, soci di cooperative, liberi professionisti iscritti o meno a collegi o ordine, secondo i diversi regimi ordinistici, volontari ONG o ONLUS, collaboratori coordinati e continuativi, agenti o rappresentanti, viaggiatori o piazzisti, procacciatori d’affari, mediatori, lavoratori occasionali.
E questo non varrà per i soli lavoratori più intraprendenti ma dovrà valere per tutti i lavoratori che volenti o nolenti, dovranno fare di sé impresa sia, banalmente, per campare la vita che, più elevatamente, per trovare una chiave di autorealizzazione.
In altre occasioni si è parlato di questo fenomeno del lavoro futuro in termini di “spezzoni” di lavoro, come se il lavoro fosse un tutto da suddividere penosamente in pezzi, mentre può essere visto più efficacemente come una somma di più addendi.
Superando così, anche psicologicamente, il senso di perdita verso la quale, come è noto, c’è la massima avversione, che è implicito nel concetto della divisione e sostituendolo con il piacere costruttivo legato alla addizione, espandibile alla moltiplicazione.
Perciò, anche senza abbattere il totem ideologico e legale del contratto a tempo pieno e indeterminato, salvo gli eventuali, possibili depotenziamenti, o persino agevolandone la costituzione, bisognerebbe smettere di osteggiare tutte le altre forme di lavoro tipiche o atipiche, rendendole accessibili senza aggravi o penalizzazioni di sorta.
E, soprattutto, bisognerebbe cessare di vedere questa prospettiva del lavoro come una congiura dei datori di lavoro – privati – che vogliano sfruttare lavoratori ignari e insipienti, sempre e comunque, mentre il nuovo paradigma del lavoro coinvolge inesorabilmente anch’essi e può essere vissuto serenamente soltanto in una nuova, feconda posizione collaborativa.
Una collaborazione in cui l’homo faber 2.0 sia libero di costruire la propria fortuna nel rispetto di una doppia chiave di volta: l’indipendenza delle scelte e l’interdipendenza delle azioni.

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