Universitas

Come per la buona agricoltura occorre in primo luogo un buon terreno, poi un contadino esperto, infine una buona semente così il terreno dell’educazione è la natura dell’uomo, al contadino corrisponde l’educatore, semente sono le dottrine e i precetti che si trasmettono.

Questa la “trinità pedagogica” di Plutarco che si può considerare ancora pienamente valida per la scuola media mentre, forse, per l’università bisogna fare un discorso diverso, perché l’educazione dovrebbe essersi già conclusa e all’università dovrebbe potersi sviluppare un percorso di apprendimento prima e di applicazione poi del metodo scientifico.

Tant’è vero che, nel sito dell’Università di Bologna troviamo questa ricostruzione delle origini dell’ateneo felsineo che, come è noto, è tra i più antichi, se non il più antico, del mondo: “(…) diciamo che possiamo considerare attività universitaria una attività in cui: uno studioso tracci i confini di una disciplina e conduca entro questi confini una ricerca rigorosa per amore del sapere; questo studioso, mentre ricerca, contemporaneamente trasmetta le sue conoscenze a una comunità di allievi che lo seguono liberamente, al di fuori di ogni altra istituzione ufficiale, sia essa la Chiesa o lo Stato; la società possa eventualmente rivolgersi a questo centro di ricerca per usarne le conoscenze a fini pratici”.

Poi si ricorda che “Federico I Barbarossa nel 1158 promulga una Constitutio Habita, con la quale si stabilisce che ogni scuola si costituisce come una societas di socii (allievi) presieduta da un maestro (dominus) che viene compensato con le quote pagategli dagli studenti. L’Impero si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio. Si tratta di un evento fondamentale per la storia dell’università europea. L’università diventa per legge il luogo in cui la ricerca si sviluppa liberamente, indipendentemente da ogni altro potere”.

(“Sin dai primi secoli gli studenti, per compensare i docenti, iniziarono a raccogliere denaro (collectio), che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta. Poi a poco a poco la donazione si trasformò in salario vero e proprio. In ogni caso non sempre gli studenti partecipavano alla collectio, e il Comune dovette intervenire per assicurare la continuità degli studi.”)

Non basta, infatti “sino al XVI secolo l’università è governata dagli studenti: studenti sono i Rettori, che rappresentano delle vere e proprie autorità cittadine. In seguito, dopo che il Comune ha iniziato a pagare i docenti, inizia un processo storico per il quale Bologna dipende dal governo del Papa e l’università diventa a poco a poco una organizzazione statale. Si definiscono compiti, stipendi e regolamenti per i docenti, i Rettori scompaiono e il vero controllore dello Studium diventa il Cardinal Legato che rappresenta il Papa, anche se il governo ufficiale dell’Università viene affidato a dei Priori. Segue un lungo periodo di direzione mista di studenti e docenti, sino a che, con Napoleone, viene restaurata la figura del Rettore: ma ormai il Rettore è un professore”.

Universitas quindi come “insieme” di maestri e allievi, insieme democratico e meritocratico, indirizzato allo studio e alla ricerca della verità, intesa come quella spiegazione dei fatti e delle idee più adeguata nel momento dato.

Perché questo richiamo alla storia? Perché in tutti i momenti di crisi è bene volgersi indietro e, così, ricordando da dove si è partiti cercare di capire dove dirigersi e come procedere.

Certo non si può realisticamente pensare di riprodurre lo schema originario dell’università ma si può sicuramente recuperare almeno lo spirito di una istituzione che è così legata allo spirito della Nazione italica, uno spirito che lega ricerca e trasmissione della conoscenza a mercantilismo. Infatti anche i sofisti si facevano pagare per educare i giovani greci, ma non hanno creato l’università! Noi, abbiamo creato l’università e l’abbiamo data al mondo.

Bisogna fare uno sforzo, tutti insieme, i maestri, gli allievi, le loro famiglie e la società, per capire e accettare che, anche per banali ragioni biologiche, a cui non si è ancora posto rimedio e a cui, forse, non andrebbe posto rimedio – per ragioni etiche – quand’anche fossimo in grado, non possiamo non essere differenti.

Tutti possono, e debbono, essere messi in condizione di avere pari opportunità, ma non tutti possono raggiungere i vertici. Una ampia liberalizzazione, una sana concorrenza, un giusto riconoscimento del merito è quello che ci serve. Discutiamo come arrivarci, ma non mettiamo in discussione che è lì che dobbiamo arrivare, anzi tornare.La vera università di massa è una università di élite: più partecipanti, più selezione, più vincenti.

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