La ricerca della felicità

Tra teoria giuridica e prassi operativa nella realtà del lavoro attuale

Parlare di felicità a proposito del lavoro può sembrare incongruo, perché come cristiani siamo condizionati dal verso biblico del sudore della fronte (Genesi 3,19) ma, se consideriamo il lavoro in funzione della realizzazione della persona piuttosto che in funzione della semplice sussistenza, allora la formula della dichiarazione di indipendenza americana del 1776 (pursuit of Happiness) si attaglia perfettamente ad un discorso in cui la felicità si raggiunge attraverso il lavoro.

Se Kant poteva, nello stesso tempo – un tempo in cui la libertà poteva intendersi come libertà dal bisogno – riconnettere proprietà privata e libertà; se per molti anni si è potuto pensare, lottare, morire persino, per liberarsi dalle catene del lavoro; oggi, nelle mutate condizioni politiche e sociali, in una dimensione in cui la fatica del lavoro è prevalentemente intellettuale e soltanto occasionalmente fisica, oggi possiamo dire, senza timore di indecenti accostamenti, che è il lavoro che rende liberi.

Tuttavia quello che, per noi europei, soprattutto per noi italiani, ancor oggi non è libero è il lavoro.

Nella irrisolta costruzione di una patria europea, nella incompiuta transizione politica italiana, immersi come siamo in una globalizzazione senza regole efficaci e anche perciò, forse, coinvolti in una crisi generale, restiamo legati ad una visione di eticità del diritto del lavoro che è, forse, il maggior ostacolo per il radicamento di una vera etica del lavoro.

Così, quando il legislatore italiano si è reso conto degli effetti perversi di questa eticità, data anche la prassi sindacale e giurisdizionale, anziché togliere dal blocco l’eccesso di materia per far emergere la statua del lavoro, ha aggiunto all’informe altra materia, costruendo la categoria vaga del lavoro atipico e poi, volendo uscire dal vago, ha tipizzato il lavoro atipico.

Di qui la configurazione di un  mercato del lavoro duale, la divisione tra lavoratori con più e con meno garanzie, senza considerare i lavoratori a garanzia totale, che sono i pubblici dipendenti, di qui la polemica sul precariato, di qui la equivoca questione della flessibilità, di qui le ipotesi di coniugazione di flessibilità con sicurezza e, soprattutto, di riunificazione del mercato del lavoro.

Ma, nell’attesa che si sciolga o sia tagliato il nodo che ci stringe alla gola, le parti sociali (non) stanno facendo la loro parte per modernizzare la contrattazione intersindacale e, nel mercato, mentre si riaffacciano sulla scena vecchi attori, dimenticati dai più, come la cogestione e la bilateralità, gli operatori più avveduti stanno attivando procedure virtuose, in una logica fai da te.

Un discorso lungo e che, con tutta probabilità sarà continuamente interrotto, comincia sempre con una piccola parola.

29 giugno 2009

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