Modelli contrattuali in cerca di autore

Leggendo la Nota ISRIL n.24/20151, con l’ampio intervento di Leonello Tronti intitolato “Modello contrattuale, produttività del lavoro e crescita economica”, dopo brevi considerazioni sul “declino dell’Italia: crescita lenta, produttività bloccata, impoverimento relativo”, che seguono la vulgata corrente, si trova un paragrafo sul “ruolo economico del modello contrattuale”.

A proposito del quale Tronti sviluppa numerose critiche, soltanto in parte giustificate, soprattutto per quanto attiene alla incompleta attuazione del modello derivato dal Protocollo trilaterale del 1993, mentre sembra considerare salvifico il ruolo di un modello che non abbia i difetti del precedente, come meglio indicato nelle proposte finali.

Tuttavia, quando dice che quel “modello negoziale italiano pone (…) il costo del mancato aumento di produttività, in termini di corrispondente stagnazione del salario reale, in capo ai lavoratori e non alle imprese”, dimostra di continuare a vedere il salario come variabile indipendente e a non considerare quanto il mancato aumento della produttività penalizzi l’impresa.

E non tiene conto del semplice fatto che le imprese, nel quadro della competizione internazionale, lungi dal poter “preservare i margini di profitto senza dover ricorrere a impegnativi recuperi di produttività”, in realtà devono penalizzare i margini di profitto per poter conservare mercato e mantenere la produzione a un livello di equilibrio fra i fattori, compresa ovviamente l’occupazione.

È vero che, come dice Tronti, “gli imprenditori (…) non sono santi né eroi” – ma non è “beato quel popolo che non ha bisogno d’eroi”?, come dice Brecht – e non affrontano costose riorganizzazioni – con le ardue e defatiganti contrattazioni, che ben conosciamo –, non sfidano il futuro con massicci investimenti, a meno che non abbiano forti motivi per farlo”.

Ma, non considera che le imprese, per fare investimenti, necessitano semplicemente di prospettive di ritorno adeguate, tanto se il ristoro debba essere destinato agli shareholder, quanto se esso sia destinato ad enti terzi, banche o altri soggetti che vogliano partecipare ad una qualche operazione per trarne comprensibilmente frutto, più o meno cospicuo, a breve/media scadenza.

Se, nel ventesimo secolo, dopo la sconfitta del referendum sulla scala mobile, Confindustria volle aiutare il sindacato (in special modo la CGIL) a rialzarsi, anche scoraggiando la tendenza alle relazioni interne di Mortillaro, nel ventunesimo secolo dovremmo lavorare su nuovi modelli di contrattazione che, senza prescindere dal sindacato, riprendano il filo della partecipazione.

Infatti è soltanto da una nuova visione collaborativa, condivisa tra aziende e lavoratori, con l’assistenza del sindacato, se ci sta, o anche senza, se non ci sta, che si può far ripartire la produttività, la quale può essere “programmata” soltanto come obbiettivo congiunto, da misurare necessariamente ove raggiunto, e in quanto raggiunto.

È spiacevole – avendo lavorato nell’ordinamento intersindacale e sui concetti di esso – ma oggi non possiamo (con Mao) non “sparare sul quartier generale”, chiamando così Confindustria e le altre associazioni di categoria imprenditoriali, che continuano a sentire il bisogno di un nemico esterno (con Orwell) con il quale far finta di combattere.

Perciò, pur non potendo le PMI replicare l’esperienza FIAT, per ovvie ragioni, bisogna che facciano come la FIAT uscendo dalle associazioni e, conseguentemente, si sottraggano ai nuovi-vecchi contratti collettivi nazionali per organizzarsi autonomamente come meglio possibile e i tecnici, per quanto sappiano e vogliano, dovrebbero dare una mano alle aziende neoautonomistiche.

Purtroppo, in un mercato dominato dalla domanda non si può più aumentare il salario per sostenere i consumi, ma bisogna lavorare insieme per far crescere la produttività del lavoro e la competitività dei prodotti, in maniera tale da consentire maggiore redditività del capitale, che supporti gli investimenti, e maggiore remunerazione del lavoro.

Tenendo ben conto che, oltre agli investimenti in macchinari, in ricerca e altri intangibili vari, ci siano gli investimenti in formazione, che rendano la manodopera sempre più adeguata al cambiamento, anzi proattiva del cambiamento; tanto il cambiamento che continua a svilupparsi dentro la singola azienda, quanto quello della società nel suo complesso.

È del tutto vero, come dice Tronti, che la contrattazione di secondo livello non è decollata, ma ciò è avvenuto per la semplice ragione che le nostre PMI non erano – come tuttora non sono – preparate, tanto quanto non lo erano i sindacalisti dell’una e dell’altra parte e, di conseguenza, i lavoratori, tutt’altro che sensibili al valore della variabilità del salario.

Perciò si può pensare che, senza una crescita culturale generale, continuerà a non decollare, a meno che gli specialisti non trovino indicatori o più sintetici – riferiti a bilancio – o più autoevidenti – riferiti a singole peculiarità – o, meglio, si riesca a valorizzare, e a tradurre in formule legali semplici e comprensibili, una logica di partecipazione.

Ovvero si faccia un passaggio definitivo dalla contrapposizione alla convergenza; dalla lotta di classe, tra datori di lavoro e lavoratori, a una lotta della classe dei produttori, datori di lavoro e lavoratori, verso i non produttori, per la crescita della impresa (attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o di servizi) comune.

Certo è che, di là dalle parole d’ordine politiche o sindacali, proporre una programmazione della produttività è come prospettare la convergenza di linee parallele: la produttività non si programma! Si possono programmare e realizzare interventi tendenti alla crescita della produttività, definendone le ricadute salariali. Ma la maggiore produttività va sempre conseguita.

E, oggi, non si può dire, riecheggiando la mistica, sopra ricordata, del salario variabile indipendente, che “se le imprese non danno vita a programmi di riorganizzazione (…) e a contratti decentrati (…), a livello aziendale o territoriale, sono comunque vincolate dal contratto nazionale a incrementi del salario reale in linea con i target di produttività di comparto”.

Oltre tutto sappiamo bene2 che, per conseguire una qualunque maggiore produttività, non bastano investimenti sui macchinari, sulla formazione o sull’organizzazione del lavoro, ci vuole una nuova partecipazione, attenta e consapevole, di tutta la comunità aziendale verso il conseguimento di un grande, obbiettivo comune.

Intendendo per obbiettivo comune non la crescita della produttività del lavoro in sé e per sé o per quello che comporta sul piano retributivo, ma la soddisfazione di un lavoro amabile (degno di essere amato) per uno scopo che, tendenzialmente, va oltre la vita del singolo, sia nel tempo, con le generazioni che lo seguiranno, sia nello spazio, con la comunità che lo abbraccia.

In conclusione Tronti dice che “sotto i duri colpi della crisi, i partner sociali hanno fatto concreti passi assieme, e in modo finalmente unitario: passi molto importanti per il rinnovamento del sistema di relazioni industriali”. E dice il vero! Ma, ancora una volta, i partner sociali hanno operato in maniera autoreferenziale, senza voler capire che la contrattazione deve smettere di girare attorno ai tavoli sindacali e deve “gir infra la gente”, tra i padroni del lavoro vero e, cioè, tra i lavoratori e gli imprenditori, resi liberi da vincoli anacronistici e messi in condizione di scegliere insieme – aiutati semmai dai partner sociali – il loro destino comune.

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1) http://www.isril.it/images/newsletter/2015/isril_newsletter_2015_24.pdf

2)Cfr. il Manifesto di Nicola Acocella, Riccardo Leoni e Leonello Tronti “Per un nuovo Patto Sociale sulla produttività e la crescita”, 2006: http://www.pattosociale.altervista.org/, che contiene una analisi pienamente condivisibile e spunti di riflessione interessanti, anche se non tutte le conclusioni sono condivisibili e praticabili.

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